Formazione

Diatermia capacitiva e resistiva

Ultimo aggiornamento: 3 dicembre 2018

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Nonostante queste due tecniche di tecarterapia siano integrate nello stesso apparecchio, si tratta di due modalità molto differenti.

La tecarterapia capacitiva agisce in profondità a causa dell’effetto di condensazione. Grazie alla sua capacitanza si possono ottenere il riscaldamento dei tessuti sui quali si opera e diversi altri effetti.

La modalità resistiva, invece, produce un aumento della temperatura dovuto all’effetto Joule. Il passaggio di cariche elettriche tra i due elettrodi metallici produce un riscaldamento dei tessuti compresi tra di essi, che sarà maggiore nei tessuti con una resistenza elettrica più elevata, come legamenti, tendini, pelle, grasso e tessuto osseo. Tutti questi tipi di tessuto si riscalderanno di più durante un’applicazione resistiva rispetto ad una capacitiva, a parità di intensità impiegata.

Vale la pena ricordare che in modalità resistiva bisogna impiegare circa il 30-50% dell’intensità usata nella modalità capacitiva, al fine di evitare il rischio di bruciature sulla pelle.

Dal momento che la tecnica capacitiva permette di lavorare con intensità maggiori, più in profondità e producendo un maggior aumento della temperatura, questa modalità rappresenta sempre la prima scelta terapeutica.

Ma si possono combinare le due modalità: così facendo si ottengono risultati migliori e più rapidamente.

Questa combinazione è consigliata soprattutto nei casi in cui, dopo un’applicazione in modalità capacitiva, appaiano sulla pelle le tipiche macchie o zone di arrossamento, segno di iperemia localizzata. Nella maggior parte dei casi, un’applicazione in modalità resistiva su queste zone permetterà di ottimizzare i risultati del trattamento.

In definitiva, la modalità capacitiva è adatta a qualsiasi tipo di trattamento, per via della sua potenza e capacità di penetrazione nei tessuti, mentre la tecnica resistiva rimane una fedele alleata per completare trattamenti più superficiali, come nel caso di tendini e legamenti, ma anche di tessuto osseo prossimo alla pelle.

Per quanto riguarda l’annosa quanto sterile discussione su quale delle due modalità penetri più in profondità, di seguito proponiamo una dimostrazione diretta che smentisce l’assurda credenza, tuttora diffusa, secondo la quale la modalità resistiva penetrerebbe più in profondità di quella capacitiva.

Chiunque disponga di un apparecchio di tecarterapia può facilmente condurre questo esperimento:

Appoggiamo un dito della mano sulla piastra passiva e applichiamo l’elettrodo capacitivo sull’avambraccio. Aumentiamo l’intensità fino al 40% della potenza massima e osserviamo come il calore comincia ad aumentare e diffondersi, dalla falange verso la mano. Possiamo addirittura misurarlo, utilizzando un righello e segnando il punto fino al quale si percepisce calore dopo un paio di minuti. Cambiamo dito e ripetiamo la stessa operazione in modalità resistiva, sempre al 40% della potenza massima e compariamo la sensazione di calore e la sua diffusione nella mano con quelle percepite durante l’applicazione in modalità capacitiva. A partire da questo istante non avremo più dubbi su quale delle due tecniche penetri più in profondità.

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